| Background: |
Crescere in un villaggio di barbari non è facile per nessuno, questo è notorio. Ma quello che Gher imparò fin dai primi anni di vita è che crescere come il figlio bastardo del capo del villaggio e della sua schiava preferita era molto peggio. Di sua madre, morta quando lui era ancora piccolo, non ricordava molto, giusto gli occhi verdi che gli aveva lasciato in eredità ed un nome, Miryam. Difficile invece dimenticare suo padre, Kyril del Clan del Falco, capovillaggio e padrone severo ma con un suo senso della giustizia. Era lui che l’aveva cresciuto e difeso dai suoi fratelli maggiori, lui che lo puniva quando mancava un bersaglio o sbagliava una mossa, lui che aveva usato tutto il suo carisma di capo per rivendicare al suo figlio bastardo un futuro da uomo libero e non da schiavo. Certo, il futuro se lo era anche guadagnato da solo, sconfiggendo in duello il possente ma goffo cugino Maak nel giorno della cerimonia che aveva fatto di Gher un adulto del clan. Questo anche grazie all’intuizione di suo padre Kyril che vedendolo meno robusto e possente degli altri guerrieri aveva consigliato a Gher di lasciar perdere l’addestramento con le armi tradizionali dei barbari ma di imparare le mosse principali del combattimento con la spada.
Alcune lune dopo la sua iniziazione, durante una delle consuete battute di caccia in solitario (erano ben pochi gli altri guerrieri del villaggio che accettavano di buon grado di andare a caccia con Gher, per cui questi si era abituato a cacciare da solo, con arco e frecce), avvenne il primo degli avvenimenti che gli cambiarono la vita: l’incontro con Naedael. Un piccolo gruppo di mercanti di schiavi stava percorrendo la pianura, trascinando con sé una prigioniera. Forse fu il ricordo della madre venduta come schiava, forse la brutalità con cui vide i mercanti trattare la prigioniera, in ogni caso la rabbia di Gher esplose, e due frecce in rapida successione trafissero alla gola due dei tre mercanti. Più difficile fu disporre del terzo, un discreto combattente con la sciabola, ma alla fine la lama del mezzosangue barbaro bevve il sangue dell’avversario. La ragazza gli spiegò che i tre mercanti avevano assaltato poche settimane prima il carro su cui viaggiava insieme al fratello ed ai genitori, piccoli mercanti, uccidendo tutti tranne lei, destinata ad essere venduta come schiava.
Quella sera, quando riportò al villaggio Naedael, provata dalle settimane di prigionia, Gher conobbe la vera misura dell’ira di suo padre. Kyril si infuriò per il gesto sconsiderato del giovane, in quanto il commercio degli schiavi era un’attività redditizia ed accettata dai clan delle steppe. Molti anziani del villaggio volevano mettere al bando Gher e la ragazza, ci fu anche chi propose di fargli pagare con la vita il suo gesto. Alla fine, solo l’affetto del capo villaggio per il figlio fece sì che Gher potesse rimanere con il clan, sia pure ancora più isolato di prima dagli altri.
Trovò consolazione in Naedael. Tra la ragazza, rimasta senza nessuno al mondo, ed il barbaro, solo tra la sua stessa gente, nacque immediatamente un sentimento profondo. Quando divenne sua moglie Gher sentì che nonostante tutto anche lui poteva conoscere la felicità, e la nascita dei loro due figli non fece altro che accrescere questi sentimenti. Fu lei ad insegnargli a leggere e a far di conto, lui le insegnò ad ascoltare la voce del vento ed a trovare l’acqua tra le pieghe della terra.
Passarono così molte lune di serenità, fino al nuovo evento che cambiò nuovamente la vita di Gher. Di ritorno da una lunga battuta di caccia solitaria, capì immediatamente dagli uccelli e dal sottile fumo che qualcosa di molto grave era successo al villaggio. Spronato il cavallo, si trovò di fronte ad uno scenario di morte e desolazione. L’intera popolazione del villaggio o quasi era stata trucidata da un nemico sconosciuto. I corpi riversi a terra, tra cui, di fronte alla sua abitazione, quello di Kyril con in pugno la sua possente ascia, riportavano ferite del tutto sconosciute. Profonde come quelle di armi da taglio, ma talmente regolari e nette da sembrare opera di magia o altro.
Non seppe trattenere le lacrime di fronte ai cadaveri dei suoi figli, per poco non rischiò di impazzire.
Ma molte, troppe cose non avevano un senso.
Anzitutto, era evidente che i guerrieri avevano cercato di opporre resistenza al massacro, ma non un solo corpo di un nemico caduto era visibile. Possibile che guerrieri così abili fossero stati sconfitti senza infliggere una sola perdita al nemico sconosciuto?
E poi, la totale mancanza di impronte. Questo nemico era arrivato dal nulla e nel nulla sembrava scomparso. Le uniche tracce che si avvicinavano al villaggio da giorni erano quelle dello stesso Gher giunto al galoppo. Infine, alcuni corpi mancavano all’appello. Tra gli altri quello di Naedael, ma anche quello di Maak e di un altro paio di giovani guerrieri del villaggio.
Soprattutto, era la sua vita che non aveva più un senso. Trascorse i giorni successivi in preda al dolore per il lutto, onorando i corpi dei morti ma maledicendo in cuor suo Odino per aver permesso tutto questo, combattuto tra l’urgenza di andare in cerca della moglie (il fatto che il corpo non si trovasse poteva significare che fosse ancora in vita?) e il non sapere da dove iniziare questa ricerca.
Alla fine raccolse i pochi ricordi di tutta la sua vita precedente, la spada, il suo cavallo, l’arco e le frecce e si mise ad esplorare con precisione maniacale i dintorni del villaggio alla ricerca di una traccia per quanto infinitesimale che potesse aiutarlo a capire, capire chi e perché avesse distrutto tutto il suo mondo e gli avesse rubato ogni futuro.
Per quanto fece e si sforzò, non trovò nulla. Da allora, decise che non poteva più sopportare la vista di quel paesaggio, della steppa, dei luoghi dove era stato felice. Si mise in viaggio, senza meta, senza un futuro, un popolo a cui appartenere ed un dio in cui credere, il cuore gonfio di dolore e disperazione, con una piccola speranza sepolta dentro di sé, troppo profondamente per volerla ascoltare. |